Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – maggio 2017

Pubblicato il 23 giugno 2017 da Gazzella
 

Relazione viaggio Gazzella maggio 2017

Eccoci di nuovo sull’aereo Roma – Tel Aviv La destinazione finale è Gaza per andare a visitare i bambini adottati da Gazzella, scrivere il resoconto semestrale del progetto. “Per una vita senza violenza” cofinanziato dalla chiesa valdese con l’8×1000, documentare i risultati del progetto, cioè le attività produttive che le donne che hanno ottenuto un microcredito dopo aver seguito i corsi dell’associazione Aisha, nostro partner palestinese in questo progetto e nell’assistenza ai bambini,

L’entrata a Gaza da Erez chiude alle 15.30. È sabato, ci viene a prendere all’aeroporto un caro amico e insieme andiamo a casa sua a Gerusalemme est. Lui si offre di preparare la cena e noi ne approfittiamo per fare una passeggiata. È molto bello essere di nuovo nei vicoletti della città vecchia e camminare fra i colori e i profumi delle spezie e i negozietti che vendono ogni tipo di paccottiglia di cui purtroppo molta tipica palestinese è oggi made in China. Si salvano ancora le ceramiche armene che sono prodotte localmente, e poco di più.

La mattina seguente di buon ora arriva il taxi che ci porterà ad Erez. Avevamo parlato con Kim, nostro autista di fiducia da molti anni, che constatiamo essere diventato un vero boss. Infatti quando lo chiamiamo per prenotare un trasporto accetta e poi poco prima dell’ora di partenza ci chiama dicendoci il nome dell’autista che ci viene a prendere. Per noi va bene lo stesso perché è garantito da lui e quindi siamo tranquille. Maggio è un mese bellissimo: c’è una esplosione di fiori con colori di una intensità incredibilmente maggiore di quella dei nostri. Gran parte della strada che percorriamo è costeggiata da bungavillee e oleandri meravigliosi di tutti i colori. Un po’ più all’interno si vedono verdissimi vigneti, frutteti e altre coltivazioni. In direzione opposta alla nostra, verso Gerusalemme e per molti chilometri ancora, vediamo la fila di macchine quasi ferma e molto lunga; pare sia una costante di tutti i giorni lavorativi perché a Gerusalemme le case sono troppo care per la maggior parte degli israeliani e impossibili quindi sia da comprare che da affittare.

L’entrata a Gaza da Erez, varco per le persone controllato dagli israeliani, è diventata semplice e rapida. Hanno infatti finalmente capito che non vale la pena perdere tempo all’entrata perché tanto il controllo di quello che entra viene poco più avanti effettuato da Hamas e comunque agli israeliani importa poco o niente di quello che viene portato dentro. Gli israeliani si scatenano però nei controlli all’uscita. Per esempio abbiamo scoperto per caso che da dicembre scorso non si possono portare da Gaza in Israele né cibi né niente in cui si possa nascondere cose pericolose o dannose (!!!!!!!!). Per portare una telecamera avendo l’autorizzazione israeliana di fare riprese a Gaza, ci vuole un permesso speciale che va chiesto prima. La raffinatezza della legge israeliana è che se all’uscita uno straniero ha qualcosa di proibito, per esempio delle spezie o dei pistacchi, anche se va direttamente all’aeroporto per tornare a casa, questi non vengono semplicemente confiscati ma il portatore viene rimandato indietro e deve quindi rifare tutto il percorso a ritroso e tornare quando si è liberato degli oggetti potenzialmente “pericolosi”. Fra l’altro, i pistacchi o lo zatar si possono buttare ma la telecamera o la macchina fotografica certamente no. Sono consentite senza permesso israeliano solo le macchine fotografiche piccolissime e piatte che per fortuna questa volta erano quelle che avevamo noi per fotografare i bambini di Gazzella e i progetti realizzati dalle donne con il microcredito. Queste “raccomandazioni” si trovano scritte all’entrata su qualche muro, ma naturalmente solo in lingua ebraica. È ovvio che tutto ciò, fatto con la scusa della sicurezza, ha lo scopo di rendere le cose difficili e scoraggiare gli stranieri ad andare a Gaza. Non è un caso, infatti, che il festival del cinema sui diritti umani “Red Carpet” che per la prima volta si è svolto a maggio del 2015 con il tappeto rosso steso sulle rovine di Shejaeya (quartiere di Gaza city al confine con Israele distrutto quasi completamente nell’offensiva israeliana “Margine Protettivo” nell’estate del 2014 e che aveva attirato l’attenzione del mondo), e che nel 2016 si è svolto in un grande e affollatissimo teatro di Gaza city con lo slogan “vogliamo respirare” scritto in varie lingue rivolto dai giovani organizzatori sia agli israeliani che ad Hamas, quest’anno si sia svolto in un piccolo teatro lontano dal centro. Ci siamo arrivate con difficoltà perché nessuno sapeva dove si trovava e c’era pochissima gente. Lo stesso festival però si svolgeva contemporaneamente anche ad Haifa e a Ramallah molto più facilmente raggiungibili. I festival del cinema sono occasione di incontri culturali ma soprattutto commerciali e date le difficoltà di avere il permesso israeliano per entrare a Gaza, non è entrato quasi nessuno. E così Gaza ha perso anche il festival del cinema sui diritti umani che poteva essere un’occasione di apertura, per far respirare per una settimana i giovani che potevano così incontrare giovani di altri paesi coinvolti in attività nel campo della cinematografia, vedere qualche nuovo film e soprattutto prendere contatti che possano aiutarli ad essere meno isolati.

La gente con cui abbiamo parlato è molto avvilita e sempre meno riesce a vedere un futuro per sé e le persone non più giovani, per i propri figli e nipoti. Il rapporto con l’Egitto non si risolve e quindi da Rafah non si entra né si esce. Ogni tanto il passaggio si apre per periodi molto brevi e senza essere annunciato prima: passa un numero limitatissimo di persone, malati che vanno a curarsi o tornano, studenti che hanno vinto borse di studio e che quindi se non passano forse le perdono ecc ecc.. Dal lato egiziano del passaggio di Rafah manca tutto, non ci sono né toilettes né acqua da bere, una cosa veramente vergognosa. Forse il tutto è previsto e voluto e forse anche profumatamente pagato al paese governato dal golpista Al Sisi che anche l’Italia si è precipitata a riconoscere.

A Erez, come al solito ci vengono a prendere dall’ufficio di Aisha con l’originale del permesso di Hamas (un foglio filigranato dall’aspetto prezioso e con tanti bolli senza il quale non si entra) e da lì andiamo direttamente nell’ufficio di Aisha accolte con molto calore e con un meraviglioso spuntino con tutti i cibi che noi preferiamo preparati dalla loro bravissima cuoca e facciamo subito un piano di azione per i giorni seguenti.

L’elettricità che lo scorso novembre era erogata in turni di 8 ore seguite da 12 senza, cosa che ci pareva difficilmente sopportabile, adesso viene data per 3 ore che vengono seguite da 12 ore senza. Penso di averlo scritto varie volte che a Gaza city nei quartieri centrali i palazzi dove vivono le persone che stanno meglio economicamente possiedono un generatore che entra in funzione quando l’elettricità cessa di arrivare, ed è così anche per i supermercati e negozi del centro, ma nei quartieri periferici, nei villaggi e nei campi questo non avviene e quindi l’elettricità non è disponibile neanche per 3 ore 2 volte al giorno. Lascio immaginare le conseguenze sulla possibilità di tenere scorte di cibo nel frigo o di mandare una lavatrice. Molte famiglie hanno piccole batterie che però non hanno la corrente per il tempo necessario per ricaricarsi. La maggiore responsabilità della mancanza di carburante è certamente di Israele e dell’occupazione e del fatto che arriva tutto e solo da Israele che la vende a un prezzo maggiorato rispetto a cui la vende agli israeliani e che non può arrivare più dall’Egitto dove costava molto meno. Esiste però anche un problema fra l’autorità palestinese di Ramallah (che fino a poco tempo fa ne pagava una parte) e Hamas, e questo mancato accordo è un altro grosso problema che viene pagato dalla popolazione, in particolare dalla fascia più povera ed esposta, quindi, a prepotenze e angherie.

Girando per Gaza constatiamo che è stata molto ricostruita dopo il 2014 ma non solo. A nord di Gaza city c’è una selva fittissima di nuove costruzioni finite o da finire. Molte sembrano abbandonate prima di essere terminate. Ci sono dei misteri di cui chiediamo spiegazione a varie persone di cui ci fidiamo, ricevendo risposte diverse. Le domande che ci poniamo sono per esempio: dato che tutti gli alberghi costruiti dopo che gli israeliani hanno lasciato Gaza quando si sperava che sarebbe diventata un luogo di villeggiatura per esempio per americani di origine palestinese e invece sono tutti vuoti, come mai dopo i bombardamenti del 2012 ma anche negli anni successivi ne hanno costruiti altri enormi che sono naturalmente anche questi completamente vuoti? Le risposte che riceviamo sono: ci sono persone che hanno soldi da investire e che sperano che la situazione migliori. Oppure: sono coperture di operazioni illecite. Oppure: serviranno a ospitare grandi riunioni e convegni. Nessuna di queste risposte ci sembra minimamente convincente e rimaniamo quindi con tutti i nostri interrogativi irrisolti.

Nei giorni seguenti abbiamo incontrato i bambini di Gazzella che sono stati presi in carico dalla associazione Hanan e che sono quasi tutti handicappati gravi. Hanno tutti famiglie molto povere ma, come abbiamo raccontato varie volte, mentre la maggior parte delle famiglie vive in ambienti puliti e dignitosi, alcune vivono in una situazione di degrado orribile. Forse non è facile vivendo in 17 persone in 3 stanze, con un figlio sposato con una ragazza di 19 anni che ha un figlio di non ancora 11 mesi e un altro di 4 giorni mantenere una casa dall’aspetto accogliente. Oppure per una madre di 15 figli (!) con il marito disoccupato e un paio di figli che sono stati feriti nel 2014 o nel 2012, essere allegra e capace di creare un ambiente sereno. Per fortuna la maggior parte delle situazioni è molto diversa. I figli sani o handicappati anche nella miseria sono accuditi molto bene. Abbiamo incontrato varie madri di figli handicappati che hanno bisogno di fisioterapia che non potendoli portare a farla per mancanza di soldi o/e perché l’ ambulatorio è troppo lontano, hanno imparato a farla loro stesse a casa e i figli sono migliorati. Penso però che se si riuscissero a organizzare dei corsi per le madri in queste situazioni i loro figli potrebbero avere maggiori miglioramenti. Con l’Associazione Hanan (partner di Gazzella) abbiamo presentato alla chiesa valdese un piccolo progetto da finanziare con l’8×1000 di corsi di tecniche di fisioterapia per madri con figli handicappati o feriti con insegnanti fisioterapiste professionali e verso settembre sapremo se è stato approvato, speriamo bene, sarebbe molto importante.

Il contributo fornito da Gazzella rappresenta la sopravvivenza o molto più spesso la possibilità di curare il figlio ferito o gravemente handicappato. Abbiamo visto per esempio una bambina molto carina e sveglia nata sorda che con i soldi di Gazzella ha potuto avere l’operazione di impianto cocleare e comprare l’apparecchio, può farsi tutti i controlli che deve e acquistare le batterie che deve cambiare 2 volte al giorno, cambiare l’apparecchio ogni qualche anno e fare quindi una vita normale frequentando una scuola normale. Si potrebbero raccontare tante storie diverse sull’uso dei preziosi soldi di Gazzella da parte della famiglia dei bambini adottati visti in questa nostra visita.

Gazzella è una piccola associazione di volontari che non può certo pensare di risolvere i problemi dei bambini di Gaza, e deve rivitalizzarsi con l’aiuto di tutte le persone che pensano che aiutare dei bambini in grande difficoltà sia un dovere.

Durante il nostro soggiorno siamo andate a trovare Yaser al Jamei, direttore del Gaza Community Mental Health Program (GCMHP), con cui vorremmo riuscire a far finanziare dalla cooperazione italiana una scuola di vela a Gaza, anche come aiuto ai bambini traumatizzati dalle conseguenze di tanti bombardamenti israeliani e in particolare da “Margine Protettivo” di luglio-agosto 2014, che tanta devastazione, ferimenti e morte ha causato.

Oltre a incontrare i bambini e le loro famiglie e a lavorare al progetto con Aisha, abbiamo cercato di girare il più possibile, per vedere e capire. Abbiamo pranzato a casa di Munir, autista di ONG italiane, abbiamo parlato con tanti cooperanti italiani e di altri paesi e con membri di partiti politici operanti a Gaza e purtroppo non abbiamo trovato nessuno veramente ottimista sul futuro di Gaza.

Una cosa secondo me è molto preoccupante e cioè che se una popolazione si abitua a vivere di carità senza lavorare come sta avvenendo a Gaza, con difficoltà si riabituerà a una vita di lavoro qualora la situazione cambiasse. Sicuramente la speranza è nelle donne che comunque continuano a occuparsi dei figli che devono essere nutriti e vestiti e che comunque trovano il modo per far sopravvivere la famiglia. Abbiamo incontrato anche molti uomini intelligenti e attivi che si occupano dei figli e di politica, ma le donne tutte ci sembrano veramente eccezionali nell’affrontare una situazione tanto difficile.

L’uscita dalla Striscia di Gaza, come al solito, sembra fatta apposta per far accrescere nello straniero l’antipatia per gli israeliani. Un gruppo di inglesi (era la prima volta che andavano a Gaza) era inorridito dal trattamento subito. Dopo una lunga attesa la valigia è arrivata ad uno di loro tutta manomessa e senza un paio di scarpe arrivate dopo un po’ e da sole. Gli addetti sono sgarbati e non parlano una parola di inglese o comunque non rispondono. Un inglese mi ha detto che all’inizio si sentiva degradato ad essere trattato così ma che poi ripensandoci ritiene che i più degradati alla fine saranno gli israeliani. Forse è vero.

Kim, l’autista, ci aspettava all’uscita; accompagniamo prima Gianna all’aeroporto perché torna direttamente in Italia. Io, invece, percorrendo un’autostrada deserta come non ho visto mai perché per l’arrivo del presidente Trump avevano detto che sarebbe stata chiusa, in un tripudio di bandiere israeliane e USA, arrivo a Ein Kerem, bellissimo villaggio arabo alle porte di Gerusalemme, “rubato” e occupato dagli israeliani nel 1948, per far visita ad una mia amica presso cui resterò un paio giorni. Lungo la strada si vedono chiaramente in tutti gli insediamenti attività di costruzioni in atto con gru in movimento e tanti camion pieni di materiale da costruzione.

Trovo la mia amica che segue alla televisionei la cerimonia ufficiale dell’arrivo di Trump. Alla TV mi ha così illustrato i membri del governo: quella è la ministra della giustizia (o dell’istruzione, non mi ricordo più) che è assolutamente fascista, quello con la barba lunga il ministro della salute che è membro di un partito ultra ortodosso che non vuole donne in parlamento, quell’altro è quel ladro che ha rubato non so quanti milioni nella vendita illegale di armi e ora andrà a processo ecc. ecc., insomma un ottimo governo, commentiamo. In compenso Trump nei discorsi ufficiali non ha nominato né l’occupazione, né Gaza, né lo sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi! Per la sicurezza di Trump Gerusalemme est è stata sigillata senza alcuna possibilità di avvicinarcisi e quindi il mio giorno destinato alla compera di spezie e pistacchi è saltato, peccato!

La partenza per Roma dall’aeroporto è ormai una cosa quasi normale e all’interrogatorio basta non dire che si è stati a Gaza. L’aereo era riempito da un grosso gruppo di pellegrini cattolici brasiliani di Rio molto allegri accompagnati da due sacerdoti. Preti e pellegrini erano scandalizzati dalla sofferenza dei palestinesi a causa dell’occupazione israeliana.

Io, quando l’aereo atterra, già penso al prossimo viaggio, presto, spero.

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