Di ritorno da Gaza, 3/11/2016

Pubblicato il 4 novembre 2016 da Gazzella
 

Arrivo nella striscia di Gaza attraverso il controllo di Erez e il collaboratore del Medical Relief mi aspetta con il permesso di entrata a Gaza da consegnare alle autorità locali. Sbrigate le solite e veloci modalità di registrazione e controllo bagagli al centro di sicurezza del governo di Gaza, parto per gli uffici del Medical Relief. Durante il tragitto attraverso Beit Hanun, Beit Lahia e Jabalia e ho l’impressione che Gaza stia lentamente rinascendo: case e infrastrutture in parte ricostruite, strade ripulite dalle macerie anche se c’è ancora molto da fare e il blocco imposto da Israele al passaggio di materiali per la ricostruzione unitamente alla mancanza di fondi fanno prevedere che i tempi saranno lunghi. Al Medical Relief mi aspettano la nostra collaboratrice Elham e il direttore dott. Aed. Concordiamo le giornate di lavoro, compatibilmente con gli impegni di Elham che deve seguire altri progetti di assistenza a bambini. Trovo sistemazione, come al solito, presso cooperanti che mi mettono a disposizione una stanza in un appartamento al decimo piano. Abbiamo un collegamento internet grazie ad una batteria e modem sistemati in casa e per il resto facciamo i conti, come tutti i palestinesi di Gaza, con le poche ore di elettricità giornaliere che durante la mia permanenza sono variate da 8 a 4 ore.

La condivisione con le difficoltà quotidiane della gente che vive a Gaza non è solo la mancanza dell’elettricità, ma anche il problema dell’acqua inutilizzabile per cucinare, ma anche per lavarsi. Vale la pena ricordare che ricerche scientifiche hanno dimostrato la presenza nei suoli della striscia di Gaza di concentrazioni anomale di elementi tossici che nel tempo, attraverso processi di alterazione, possono rilasciare elementi e quindi diventare parte di un ciclo che coinvolge non solo il suolo ma anche l’acqua per poi unirsi alla catena alimentare.  L’acqua continua ad essere punto di attenzione visto che i risultati di analisi hanno rilevato che la composizione dei principali costituenti dell’acqua non hanno le caratteristiche chimiche per soddisfare i criteri per l’utilizzo da parte dell’uomo, non solo per un contenuto di sali disciolti, ma anche in particolare per una elevata concentrazione generale dei nitrati e nitriti oltre alla concentrazione di elementi come boro, alluminio e piombo sopra i livelli consentiti per uso antropico. A Gaza quindi l’acqua per uso domestico va acquistata o la popolazione si rifornisce, quando può, presso i serbatoi messi a disposizione dagli aiuti internazionali. Resta il problema dell’utilizzo dell’acqua per uso personale e vi assicuro che una doccia o semplicemente lavarsi i denti e il viso con l’acqua di Gaza, a causa dell’alta salinità, è molto fastidioso e causa bruciore in particolare agli occhi. Ho potuto ovviare questo problema utilizzando, per lavarmi, l’acqua in bottiglia a 2 NIS pari a 50 centesimi, per 1 litro e mezzo; alla maggior parte dei palestinesi di Gaza questo ‘privilegio’ non è permesso.

Durante la mia permanenza a Gaza le temperature sono state elevate rispetto alla stagione, 30-35 gradi, con tasso di umidità del 70-80%. Queste condizioni e l’impossibilità di usare frigoriferi e impianti refrigeranti per la scarsa erogazione di energia elettrica – la distruzione delle centrali è stato uno dei principali obiettivi di Israele –, determinano un alto rischio di deterioramento del cibo; negli ospedali e nei distretti sanitari numerosissime sono state le richieste di cura per gastroenteriti e disturbi intestinali.

Le visite ai nostri bambini e bambine sono avvenute con la collaborazione dei partner locali Medical Relief e Hanan. Ho visitato Najwa che a seguito delle ferite riportate era rimasta paralizzata. Il padre era stato ucciso durante un attacco israeliano e la madre, risposata, l’aveva lasciata alla nonna. La situazione di Najwa era apparsa grave fin dalla prima visita nel 2008: abbandonata con la nonna anziana, viveva in una povera casa di Khan Younis. Gazzella, grazie anche all’adottante, ha cercato in questi anni di alleviare le sofferenze di Najwa che era costretta a letto tracheotomizzata (si è provveduto all’acquisto di materasso antidecubito), con necessità di cure mediche e assistenza continua, anche per cambiare i pampers, che Gazzella ha fornito per lungo tempo, perché Najwa non in grado di controllare i bisogni fisiologici. In questi anni la nonna non l’ha mai abbandonato, sempre seduta al suo fianco ed insieme hanno affrontato le aggressioni israeliane “Piombo Fuso”(2008/2009), “colonna di difesa” (2012), “margine protettivo” (2014). Nel tempo Najwa aveva avuto qualche lieve miglioramento, come movimenti delle spalle e dei piedi e sempre in attesa di un intervento fuori Gaza che non è mai stato possibile a causa dell’assedio israeliano/egiziano. Ad ogni visita si è cercato di portare aiuto a Najwa anche chiedendo il ricovero allo Shifa Hospital quando la situazione si presentava critica. Durante l’ultima visita dello scorso 4 ottobre, viste le gravi condizioni in cui versava Najwa, soprattutto difficoltà respiratorie, ho richiesto e ottenuto il ricovero presso il Nasser Hospital di Khan Younis. Pur nelle gravi condizioni in cui versano gli ospedali pubblici della striscia di Gaza per mancanza di medicinali e attrezzature adeguate alla cura e prevenzione, per carenza di personale medico e paramedico, (vale la pena ricordare che stanno lavorando con il salario ridotto al 40%), Najwa è stata accolta ma purtroppo il 6 ottobre scorso ci ha lasciato. Voglio tenermi stretto il ricordo di Najwa che, nel corso dell’ultima visita, mi ha sorriso mentre le accarezzavo il viso; un sorriso a tutti noi.

Visitando i bambini e le loro famiglie a distanza di poco tempo mi accorgo come l’esposizione a esperienze traumatiche modellano il comportamento. Bisogna fare i conti con il deterioramento dell’ambiente sociale, l’aumento della violenza con un pesante impatto in particolare sui bambini. A Gaza il 56% della popolazione è composta da bambini e adolescenti. Studi condotti da Agenzie ONU dopo le aggressioni militari israeliane del 2008/2009, del 2012, de 2014, indicano che più dei 2/3 dei minori manifestano traumi e alti livelli di stress, problemi psicologici e sintomi di ‘disturbo post traumatico da stress’ (PTSD) quali difficoltà ad addormentarsi, incubi, attacchi di panico, paura del buio, rifiuto del cibo, aumento dell’aggressività. Di solito nella PTSD un trauma ha una precisa posizione spazio-temporale, si verifica in un luogo specifico e ha inizio e fine. A Gaza, con l’occupazione e l’assedio quotidiano, il trauma è costantemente rinnovato e si comprende dai colloqui con i bambini e i loro famigliari. Si raccolgono testimonianze di paura a giocare in strada, paura del buio, irrequietezza e aggressività, depressione e ansia, difficoltà nelle relazioni interpersonali, difficoltà di concentrazione (causa anche dell’aumento dell’abbandono scolastico ), devianza e comportamenti violenti. I genitori, costretti a vivere in costante stato di stress, non hanno la forza psicologica per comprendere e affrontare i bisogni dei figli e questa situazione danneggia anche la loro condizione psicofisica. Al ministero della salute di Gaza, ma confermato anche da ONG Palestinesi operative sul territorio, risulta che le violenze in famiglia sono in aumento sia nei confronti delle donne che dei bambini.

Durante la mia permanenza a Gaza ho incontrato famiglie di profughi palestinesi provenienti dalla Siria dal campo di Yarmouk. Nel 1948, circa 750 mila palestinesi furono costretti ad abbandonare la loro terra. Di queste circa 90 mila trovarono rifugio in Siria, una popolazione che nel tempo è cresciuta e oggi è di oltre mezzo milione di persone di cui circa 160 mila vivevano nel campo profughi di Yarmouk. Le famiglie che ho incontrato con i loro figli, alcune originarie dalla Striscia di Gaza altre dalla Cisgiordania, sono arrivate a Gaza nel 2012 per scappare alla guerra in corso in Siria. Vivono con l’assistenza dell’Unrwa e dai loro racconti emerge tutta la disperazione di aver ancora una volta perso la casa e il lavoro. Ho incontrato anche famiglie di palestinesi provenienti dalla Libia, famiglie che si erano trasferite più di 40 anni fa da Gaza alla Libia per ragioni di studio o lavoro e li avevano costruito la loro vita. Raccontano che a causa dell’intervento militare in Libia del 2011, ufficialmente per tutelare l’incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Gheddafi e le forze ribelli, si sono trovate costrette ad abbandonare la Libia perdendo tutto. A Gaza hanno trovato sostegno e aiuto presso familiari. Realtà diverse, dai profughi del 1948, costretti ad abbandonare la propria terra, il proprio paese, in nome della “Dichiarazione Balfour” con quale il governo britannico “concedeva” agli ebrei una terra, la Palestina, a quelli che per libera scelta avevano deciso di lasciare la Striscia di Gaza per trovare condizioni di vita migliori. Oggi queste realtà sono accomunate da un denominatore comune: violazione dei diritti universali per la spartizione del Medio Oriente da parte delle potenze coloniali.

Nella striscia di Gaza si stimano circa 7.000 residuati bellici inesplosi e altri pericoli sepolti tra le macerie. Soltanto il 30% di questi residuati sono stati rimossi. Il restante 70% continua a rappresentare un pericolo per la popolazione di Gaza, bambini, adulti e i contadini che lavorano nei campi agricoli disseminati da residuati. Per questa ragione l’agenzia dell’Onu per lo sminamento umanitario ha organizzato corsi per contadini, insegnanti, personale Unrwa, il cui scopo è di sensibilizzare in materia di informazione e sicurezza sugli ordigni bellici inesplosi. Al ritrovamento di un ordigno, deve seguire la segnalazione alle autorità e possibilmente delimitare l’area; ovviamente il residuato non deve essere toccato. Hazem Abu Murad, l’esperto che era responsabile a Gaza del team per il disinnesco di ordigni inesplosi , morto a causa di una bomba inesplosa il 13 agosto 2014 insieme ad altre 5 persone tra cui il giornalista italiano Simone Camilli, aveva ricevuto una formazione da esperti americani, britannici ed europei. In una intervista del 8 agosto 2014 dichiarava: “…. Israele ci rifiuta il permesso di lasciare Gaza per fare formazione finalizzata al trattamento degli ordigni inesplosi e ci sono negati nuovi materiali e macchine per il lavoro di disinnesto”. A Gaza ci si chiede come sia possibile che così tanti ordigni restino inesplosi e intanto la popolazione, quotidianamente, fa i conti anche con questa pericolosa realtà.

Nella città di Gaza, durante la mia permanenza, dopo il rinvio delle elezioni amministrative che dovevano svolgersi l’8 ottobre scorso, si sono tenute alcune manifestazioni in favore del “rais” Mohammed Dahlan,. Dahlan è presente nella striscia di Gaza attraverso una ONG gestita dalla moglie che distribuisce aiuti. Dahlan ex uomo di Fatah, stimato negli Stati Uniti ma anche in Israele, vive di connivenze con i servizi segreti mediorientali e occidentali e , sospetto collaborazionista di Israele e della CIA , ha fatto breccia nella Gaza distrutta!

Lascio la Striscia di Gaza e senza difficoltà arrivo al controllo israeliano di Erez. Questa volta per ignote ragioni, ed era inutile chiedere, sono stata sottoposta per 3 volte al controllo con il body scanner. Mentre vengo sottoposta al controllo di fronte a me, in alto protetti da vetrate, soldati dall’aria divertita. Da anni chiedo informazioni sui rischi per la salute, indagini fotografiche che ti “mettono a nudo”, mai una risposta. Anche questa è Gaza.

G.

3.11.2016

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