Sei giorni di attesa a Gerusalemme

Pubblicato il 7 aprile 2002 da Gazzella
 

SEI GIORNI DI ATTESA

di Marina Rossanda

7 aprile 2002

La mia ultima visita a Gerusalemme, forse la quindicesima o giù di li’, è stata anche la più angosciosa. La speranza era di vedere la nostra Gazzella e la sua famiglia nel villaggio dove vivono vicino a Hebron, di parlare con gli interessati locali di un possibile progetto di supporto informatico per i non vedenti, certo da rinviare nella realizzazione a tempi migliori, ma che intanto era possibile preparare, infine di fare un’altra visita a Gaza e a Ramallah, forse a Gerico. Partita gli ultimi di marzo speravo che almeno una parte del programma potesse realizzarsi.

Invece le sole cose efficaci e fattibili – ma io non avevo al momento energie sufficienti per parteciparvi – erano i tentativi di “interposizione”. Sono stati atti bellissimi, che – al di là dei successi concreti hanno avuto uno straordinario valore di testimonianza. E’ sicuro che hanno contribuito alla mobilitazione Europea rinforzando la campagna che la nostra Luisa Morgantini fa da mesi, con una bravura, un coraggio e una costanza . e – vorrei aggiungere – uno stile istituzionale sempre migliore. Brava, brava, brava. E con lei tutti gli altri ragazzi e meno giovani che pure avevano certamente realizzato che l’atmosfera era molto aspra e che tra i soldati in azione per Israele e presenti ai posti di blocco e in azione – alcuni erano estremamente tesi, addirittura esaltati e quindi pericolosi. Altri meno aggressivi, ma chiaramente obbedivano a ordini duri. Non si spiegherebbero se no i tanti atti disumani come impedire l’accesso ai feriti e l’allontanamento dei morti.

Restando a Gerusalemme in attesa di riallacciare i miei contatti ho avuto un terribile senso di oppressione: la città a Est era grigia, semichiusa prima per feste religiose poi per scioperi silenziosi, la sua consueta cordialità non era sparita ma molto appannata. Sembrava , oltre che triste, perfino meno bella. Contribuiva al grigiore il tempo, umido, freddo e ventoso, e il pensiero di quanto ciò aumentasse le sofferenze di quanti erano privati di casa, strade e mezzi di trasporto nelle aree chiuse. Le stesse immagini viste sulle reti TV arabe o sulla BBC erano come dei flash abbastanza lunghi da lasciare la bocca amara, abbastanza brevi da moltiplicare le domande che martellavano nella testa.

Dopo aver parlato con le poche persone che ho trovato – dopo innumerevoli telefonate con Rita, un’amica “reclusa” a Ramallah, partiti gli amici del gruppo che doveva compiere la missione a Gaza per Gazzella e ha dovuto rinviare, ho finito per tornare con qualche giorno di anticipo. Forse una sola cosa utile ho fatto a parte la presenza fisica che i Palestinesi apprezzano comunque per lo spirito solidale che contribuisce alla loro resistenza: ho chiarito che secondo gli esperti locali di sanità portare farmaci dall’Italia non servirebbe – a meno di stabilire meticolosamente con le loro organizzazione sanitarie – ora pressoché inaccessibili, la liste delle cose difficili da trovare. In effetti l’industria locale produce gran parte dei farmaci e dei materiali di medicazioni necessari, ma il problema sono i blocchi che ne impediscono l’invio proprio dove servono. In altri momenti le grosse donazioni di farmaci sono state addirittura una calamità facendo la concorrenza all’industria locale!

Chi legge queste righe perciò, se vuole credermi non si affanni a raccogliere farmaci a meno di poter stabilire come arriveranno a destinazione dove servono, cosa al momento considerata impossibile, ma usi altrimenti le sue energie in favore della popolazione. Collabori con i gruppi attivi e in contatto con la popolazione, diffonda l’informazione vera

Che nonostante un certo miglioramento ancora manda deformazioni: per dire l’ultima al GR3 del 7 aprile il corrispondente da Betlemme ha fatto diventare palestinese il cecchino israeliano che, come tutte le altri fonti hanno detto , aveva sparato al religioso francescano , per fortuna mancandolo (o ,mi chiedo, era una intimidazione ?)

Ora non desidero altro che tornare laggiù . non riesco a credere che sarà consentito a Sharon di fare tutto, proprio tutto quello che vuole.

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