Cari amici di Gazzella,
una testimonianza sul mio ultimo viaggio in Palestina da dove mancavo dallo scorso luglio. Il mio volo atterra a Tel Aviv e da lì mi sposto a Gerusalemme. Prosegue con tenacia la dearabizzazione di questa (una volta) splendida città. Le orride ëcolonieí la assediano e sembra vogliano inghiottirla. Continuano le confische e le distruzioni di case palestinesi. Solo i turisti e i gruppi religiosi in pellegrinaggio sciamano per le vie, comprano souvenir, in apparenza ignari, ma è di fatto impossibile non percepire ñ anche venendo da altre realtà ñ il peso opprimente dellíoccupazione e della militarizzazione della città. Soldati e soldatesse spesso giovanissimi, sono ovunque: scrutano, controllano, cercano ënemicií.
Dopo un giorno trascorso a Gerusalemme raggiungo il ëconfineí di Erez e trovo il nuovo percorso, obbligato, che collega Israele alla Striscia di Gaza: è un corridoio chiuso lungo circa 2 km. Un tunnel che si percorre spesso ñ come ho fatto io ñ da soli, osservati da occhi invisibili, telecamere nascoste, sensori.
Veramente non sono in grado di trasmettervi il senso profondo di angoscia e di rabbia che si prova nel camminare lungo quel budello che sembra senza fine. Io lo faccio sempre ad occhi bassi, passo dopo passo, un passo un metro, così fino a contare quasi due chilometri.
Fuori, ad aspettarmi, trovo Elham, la ragazza di Gaza che collabora con Gazzella.
La Striscia di Gaza non è cambiata dall'ultima mia visita di luglio: ancora e ovunque vedo case distrutte, le strade sono disastrate e piene di detriti. Non solo la ricostruzione non è iniziata, ma neppure la fase prima, ovvero la rimozione delle macerie. Israele impedisce líingresso di materiale edile, come il cemento. Tutto è fermo. Líelettricità viene erogata a fasce orarie.
Con Elham cerchiamo di organizzare la visita ad alcuni bambini presi in adozione dopo líoperazione "piombo fuso". Nelle tendopoli sono rimaste a vivere poche famiglie, poverissime, che non avevano alcuna alternativa. Alcuni hanno piantato una tenda accanto alle rovine della casa distrutta. I più fortunati, chi ha potuto, si è trasferito presso parenti. Fare le visite non è semplice, non esistono vie e numeri civici e ritrovare le case, soprattutto nei campi profughi dove l'aggressione dello scorso anno in alcune zone ne ha trasformato il disegno urbano, risulta difficile.
Le famiglie ci accolgono sempre con cordialità e gentilezza, ma ora si percepisce una sottile diffidenza. I bambini piangono e in alcuni casi non vogliono mostrarci le ferite. Non riesco a capire se si tratta di una sorta di vergogna, o risentimento. I traumi, non solo fisici, sono evidenti.
Diíya, 12 anni, ferito nel gennaio 2009, invece, mi ha accolto con un grande sorriso e mi ha mostrato le sue ferite causate dal fosforo bianco; nel corso delle mie visite di febbraio e luglio non avevo potuto vederle perché erano ancora bendate. Diíya avrà bisogno di ulteriori cure perché ñ dopo un anno ! - le ferite non si sono ancora rimarginate e devono essere drenate.
Molti dei bambini che Gazzella sostiene hanno subito amputazioni degli arti o lesioni alla vista come Luíay, di Bayt Lahiya, nato nel giugno del 1999, ad esempio, che è diventato cieco. Giocava con i suoi amici in cortile. Eí scoppiata una bomba al fosforo nelle vicinanze. I bambini raccontano di aver visto tanta polvere alzarsi nellíaria. Cercavano scampo, urlando e piangendo terrorizzati. Luíay ha tentato di ripararsi gli occhi con le mani, poi ha sentito un gran dolore e intorno a lui cíera solo buio. Il padre lo accompagna e lo fa sedere. Ci riferisce che il bambino è rimasto ferito alla testa e da allora ha perso la vista. Soffre di forti dolori, e i medici dellíospedale gli hanno detto che Luíay avrebbe bisogno di accertamenti specialistici che a Gaza non è possibile effettuare per mancanza di attrezzature. Riesco a fotografarlo solo perché non può vederci, ma lui non avrebbe voluto!
Jamila, di Gaza, ferita nel gennaio 2009 è un bella ragazzina di quasi sedici anni, con dei grandi e tristi occhi neri che, colpita da una bomba a frammentazione, è rimasta ferita in modo devastante e di conseguenza ha subito líamputazione di entrambe le gambe. Jamila ha trascorso molti mesi fuori città, operata e curata in un ospedale in Arabia Saudita dove potevano assicurarle assistenza più adeguata, riabilitazione ed anche fornirle degli arti artificiali. Ci accoglie seduta sulla sedia a rotelle e i moncherini avvolti in una Kufia. Abbozza un sorriso. Mi dice che ci mette impegno ma ha difficoltà a muoversi con le protesi. Io la esorto, le dico di insistere, che è importante ritrovare la propria autonomia; le dico che è così giovane ed ha tutta la vita davanti. E mentre le parlo ripenso ai tanti bambini e ragazzi resi permanentemente invalidi che ho avuto modo di visitare nei miei diversi viaggi. E le mie mi sembrano parole senza senso.
Dopo tanti viaggi ormai conosco bene la Striscia di Gaza. Ho conosciuto ed amato la sua gente eternamente sotto assedio, ma orgogliosa, fiera, resistente; sempre a fronte alta, sia quando si trattava di fronteggiare gli attacchi e le vessazioni dei coloni israeliani che occupavano illegalmente il 48% del territorio, sia dopo il loro ritiro, impegnati a tener testa ad un indecente embargo, a continue incursioni via terra, cielo e mare; da ultimo li ho visti piangere e seppellire i loro morti, gli oltre 1.400 ëmartirií del piombo fuso israeliano.
Ma oggi Gaza è cambiata. Sembra svuotata senza il vociare dei bambini. Le strade sono poco affollate, se non in alcune ore delle giornata, e dopo le 17,00 si fanno deserte. Si ha quasi líimpressione che tutti vivano nel timore di altre aggressioni e per la verità alcuni palestinesi lo mormorano.
Mai come questíanno ho percepito la trasformazione avvenuta nella società civile. E i bambini sono i primi a recepirla. Sono aggressivi, hanno perso la spontaneità, il sorriso. Per strada è diventato raro trovare gruppi di bambini che ti corrono incontro e ti chiedono "saurini-saurini" (foto-foto). Hanno sguardi diffidenti, alcuni maneggiano armi giocatolo, altri esprimono atti di piccola violenza sui coetanei. Nei campi profughi, dove vivono i più poveri, si aggirano a piedi scalzi con "la candela" al naso e le mosche che gli ronzano sul viso e sulla testa. Per fortuna il freddo ancora non è arrivato, perché líembargo ha tagliato anche i rifornimenti di metano.
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Allíospedale al-Shifaí di Gaza City ho visitato il dipartimento neonatale dove ho trovato solo parte del materiale - lampade per ittero ed una incubatrice - che è stato acquistato grazie ad una donazione di Gazzella. Una seconda incubatrice dovrebbe arrivare a breve. Eí stata collocata sulla parete del reparto una piccola targa con il logo della nostra associazione. Non è semplice operare e coordinare le forniture perché tutto è dilazionato nel tempo a causa delle chiusure che impediscono líentrata di alcuni rifornimenti e/o attrezzature, soprattutto se il materiale non è acquistato in Israele.
La disoccupazione a Gaza ha raggiunto quasi l'80%, ed i prezzi dei generi alimentari sono aumentati in maniera esponenziale. In questo quadro è ovvio che le famiglie che possono acquistare sono poche e la maggior parte dei palestinesi di Gaza soffre di malnutrizione, i bambini accusano disturbi nella crescita, anemia e avitaminosi. In aggiunta a questa drammatica situazione i palestinesi si trovano a dover acquistare prodotti quasi tutti provenienti da Israele, ma come spesso qualcuno a Gaza mi ricorda "rigorosamente prodotti su terra palestinese"!
La frutta, ad esempio le banane e le mele, sono passate da 1,5 Nis al Kg. a 3/4 Nis al kg.
L'acqua in bottiglia da 75cc è salita da 2 Nis a 3 Nis e 1/2 litro di latte è arrivato a 8-10 Nis.
Il costo per il consumo medio mensile di corrente comprata, in parte dall'Egitto e in parte da Israele, per una famiglia media di 8 persone si aggira sui 150 Nis , mentre il consumo mensile dell'acqua per uso non alimentare è pari ad una spesa di 80-100 Nis.
L'affitto di un appartamento medio in aree urbanizzate è di 500-800 Nis mensili.
Per comprendere il potere di acquisto di un palestinese di Gaza, che ha uníoccupazione, ci si deve riferire al salario medio mensile che è di 1.800 a 2.200 Nis (circa 400 euro, 1 euro è pari a 5.4 Nis). Gli occupati a Gaza sono per la maggior parte dipendenti pubblici (sanità, scuola, sicurezza) e in minima parte dipendenti di Ong,.
In questa povertà vivono e crescono i nostri bambini.
Uscire dalla Striscia di Gaza è stato per me, come sempre, difficile: il dispiacere nel lasciare amici ormai cari, si unisce allíangoscia di saperli vivere, o meglio, sopravvivere ñ come tutti in questa terra tormentata ñ nella paura e nel bisogno se non nella miseria. Chiusi in una cella di cui è stata buttata via la chiave. Ogni volta mi sento una privilegiata. Io ho una casa, un lavoro, cibo a sufficienza e un passaporto per poter viaggiare e ñ se voglio ñ vedere un poí di mondo.
Poi i controlli imposti dallíautorità israeliana! I solerti, democratici carcerieri questa volta mi hanno sottoposto ad uníora di interrogatorio e per ben due volte al passaggio sotto i raggi X. Chissà mai se qualcuno un giorno vorrà dirci la potenza di queste radiazioni!
In questi giorni, ad un anno dalla vile aggressione israeliana che ha causato più di 1.400 morti e 5.000 feriti, líiniziativa "Free Gaza March" sta tentando di portare manifestanti al confine di Rafah per dare solidarietà alla popolazione di Gaza, per chiedere la fine dellíembargo, per rivendicare il diritto dei Palestinesi alla loro terra. Attualmente sono bloccati al Cairo, impediti a proseguire dal veto del regime egiziano, complice di Israele. Sosteniamoli. Per quelli che come me saranno in Italia líimpegno di esporre la bandiera palestinese!
G.
Dicembre 2009
vedi le foto del reparto neonatale sostenuto con le donazioni degli amici di Gazzella: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16
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