«In Palestina vita più dura che con l’apartheid»
Umberto De Giovannangeli
Una richiesta che scatenerà polemiche: l’Onu si ritiri dal
Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Ue, Onu) nel caso in cui non
vengano presi in maggiore considerazione i diritti umani dei palestinesi. Una
richiesta tanto più significativa, e allarmante, perché ad avanzarla è John
Dugard, inviato speciale delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani nei
Territori palestinesi. Avvocato sudafricano, docente di Diritto internazionale,
paladino della lotta all’apartheid, Dugard visita la Cisgiordania e Gaza da
sette anni e redige i suoi dettagliati rapporti sulla situazione. «Dalla mia
ultima visita - afferma - ho ricavato una impressione drammatica: nel popolo
palestinese è diffuso un sentimento di disperazione causato dalla violazione dei
diritti umani. Ogni volta che vado la situazione sembra essere ulteriormente
peggiorata». Un peggioramento che investe sia la Cisgiordania che Gaza: «Gaza -
sottolinea Dugard - è una prigione isolata dal mondo e Israele sembra averne
buttato via le chiavi».
Professor Dugard,
alla fine del mese lei presenterà il suo rapporto alle Nazioni Unite sullo stato
dei diritti umani nei Territori. Qual è la situazione?
«Gravissima,
direi disperata. Una percezione netta che ho maturato da una visione diretta
della situazione. Ciò che più mi ha colpito è l’assenza di speranza del popolo
palestinese. Tutti noi dovremmo interrogarci sulle ragioni di questo
degrado».
Qual è la sua
risposta?
«Non vi è dubbio che questa situazione di sofferenza e
disperazione è frutto della violazione dei diritti umani e in particolare delle
restrizioni israeliane alla libertà di movimento dei palestinesi».
Le autorità israeliane ribatterebbero che questa
situazione è dovuta alla necessità di contrastare gli attacchi terroristici. I
kamikaze palestinesi non sono certo un’invenzione israeliana.
«Non metto in discussione il diritto di Israele di
difendere la sua sicurezza, ma ritengo che il governo israeliano continui a
gestire la sua sicurezza con un uso sproporzionato della forza».
A cosa si riferisce in particolare?
«Penso
ai centinaia di check-point che spezzano in mille frammenti territoriali la
Cisgiordania, penso a Gaza, prigione a cielo aperto dove sopravvivono a stento
un 1milione e 400 mila palestinesi. Sì, Gaza è una prigione della quale Israele
sembra aver buttato via le chiavi».
Gaza,
soprattutto dopo il colpo di mano militare di Hamas, molto si è detto e scritto.
Meno della Cisgiordania. Lei l’ha visitata recentemente. Qual è la realtà che ha
registrato sul campo?
«La Cisgiordania è
oggi frammentata in quattro settori: il Nord (Jenin, Nablus e Tulkarem), il
Centro (Ramallah), il Sud (Hebron) e Gerusalemme est che assomigliano sempre di
più ai Bantustan del Sudafrica. Le restrizioni alla circolazione imposte da un
rigido sistema di autorizzazioni, rinforzato da circa 520 check point e blocchi
stradali, assomigliano al sistema del "lascia-passare" (in vigore nel Sudafrica
dell’apartheid) applicato con una severità che va molto al di là…».
La sua è un’accusa molto grave, alla quale più volte
in passato Israele ha ribattuto con durezza accusandola di forzature
inaccettabili viziate da un evidente pregiudizio.
«Vede, io non ho alcun pregiudizio anti-israeliano e
rigetto con sdegno le accuse strumentali di antisemitismo. I miei rapporti non
hanno nulla di ideologico, essi sono basati su fatti circostanziati, su una
documentazione ineccepibile. Israele rivendica la sua democrazia ma i principi
su cui si fonda non valgono per la popolazione palestinese dei Territori. Con
grande amarezza, mi creda, devo affermare che molti aspetti dell’occupazione
israeliana superano quelli del regime di apartheid. Si pensi alla distruzione in
larga scala da parte israeliana di case palestinesi, lo spianamento di terreni
fertili, le incursioni e gli omicidi mirati dei palestinesi, per non parlare del
muro eretto per l’80% in territorio palestinese. Il Muro è, attualmente,
costruito in Cisgiordania e Gerusalemme est in maniera da inglobare la maggior
parte delle colonie nella sua cinta. Inoltre, i tre grandi blocchi di
insediamenti di Gush Etzion, Ma’aleh Adumim e Ariel dividono il territorio
palestinese in enclave, distruggendo così l’integrità territoriale della
Palestina. Tutto ciò, lo ribadisco, produce sofferenze, umiliazioni e, ed è
quello che più mi ha colpito nella mia recente visita nei Territori, la perdita
di speranza da parte del popolo palestinese. A tutto ciò va aggiunto che, di
fatto, il popolo palestinese è sottoposto a sanzioni economiche, e ciò è il
primo esempio di un simile trattamento applicato a un popolo occupato. Verso i
palestinesi dei Territori, Israele non si comporta come una democrazia ma come
una potenza colonizzatrice».
Dalla
Cisgiordania a Gaza e allo scontro interno al campo palestinese. Uno scontro che
aggiunge sofferenza a sofferenza. Qual è in proposito la sua
valutazione?
«Se vuole sapere il mio modesto
punto di vista, le dirò che a mio avviso la Comunità internazionale sta
commettendo un errore gravissimo, che renderà ancor più ostica la ricerca di un
accordo di pace con Israele».
Quale
sarebbe questo errore?
«Aver deciso di appoggiare solo una fazione
palestinese, quella del Fatah. Questo ruolo non compete all’Onu».
A fine mese lei illustrerà il suo rapporto
all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. A quale conclusione è
giunto?
«Al segretario generale Ban Ki-moon chiederò di ritirare le
Nazioni Unite dal quartetto, se il Quartetto dovesse fallire nel tentativo di
avere la massima attenzione per la situazione dei diritti umani nei Territori
palestinesi».
Lei appare alquanto
pessimista sulla possibilità di una svolta nella tutela dei diritti umani in
Palestina. Perché?
«Perché sull’inazione del Quartetto in questo campo
pesa l’influenza politica degli Stati Uniti. Una influenza negativa».
Pubblicato il:
17.10.07