Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza – maggio 2017
Relazione viaggio Gazzella maggio 2017 Eccoci di nuovo sull’aereo Roma – Tel Aviv La destinazione finale è Gaza per andare a visitare i bambini adottati da Gazzella, scrivere il resoconto semestrale del progetto. “Per una vita senza violenza” cofinanziato dalla chiesa valdese con l’8×1000, documentare i risultati del progetto, cioè le attività produttive che le donne che hanno ottenuto un microcredito dopo aver seguito i corsi dell’associazione Aisha, nostro partner palestinese in questo progetto e nell’assistenza ai bambini, L’entrata a Gaza da Erez chiude alle 15.30. È sabato, ci viene a prendere all’aeroporto un caro amico e insieme andiamo a casa sua a Gerusalemme est. Lui si offre di preparare la cena e noi ne approfittiamo per fare una passeggiata. È molto bello essere di nuovo nei vicoletti della città vecchia e camminare fra i colori e i profumi delle spezie e i negozietti che vendono ogni tipo di paccottiglia di cui purtroppo molta tipica palestinese è oggi made in China. Si salvano ancora le ceramiche armene che sono prodotte localmente, e poco di più. La mattina seguente di buon ora arriva il taxi che ci porterà ad Erez. Avevamo parlato con Kim, nostro autista di fiducia da molti anni, che constatiamo essere diventato un vero boss. Infatti quando lo chiamiamo per prenotare un trasporto accetta e poi poco prima dell’ora di partenza ci chiama dicendoci il nome dell’autista che ci viene a prendere. Per noi va bene lo stesso perché è garantito da lui e quindi siamo tranquille. Maggio è un mese bellissimo: c’è una esplosione di fiori con colori di una intensità incredibilmente maggiore di quella dei nostri. Gran parte della strada che percorriamo è costeggiata da bungavillee e oleandri meravigliosi di tutti i colori. Un po’ più all’interno si vedono verdissimi vigneti, frutteti e altre coltivazioni. In direzione opposta alla nostra, verso Gerusalemme e per molti chilometri ancora, vediamo la fila di macchine quasi ferma e molto lunga; pare sia una costante di tutti i giorni lavorativi perché a Gerusalemme le case sono troppo care per la maggior parte degli israeliani e impossibili quindi sia da comprare che da affittare. L’entrata a Gaza da Erez, varco per le persone controllato dagli israeliani, è diventata semplice e rapida. Hanno infatti finalmente capito che non vale la pena perdere tempo all’entrata perché tanto il controllo di quello che entra viene poco più avanti effettuato da Hamas e comunque agli israeliani importa poco o niente di quello che viene portato dentro. Gli israeliani si scatenano però nei controlli all’uscita. Per esempio abbiamo scoperto per caso che da dicembre scorso non si possono portare da Gaza in Israele né cibi né niente in cui si possa nascondere cose pericolose o dannose (!!!!!!!!). Per portare una telecamera avendo l’autorizzazione israeliana di fare riprese a Gaza, ci vuole un permesso speciale che va chiesto prima. La raffinatezza della legge israeliana è che se all’uscita uno straniero ha qualcosa di proibito, per esempio delle spezie o dei pistacchi, anche se va direttamente all’aeroporto per tornare a casa, questi non vengono semplicemente confiscati ma il portatore viene rimandato indietro e deve quindi rifare tutto il percorso a ritroso e tornare quando si è liberato degli oggetti potenzialmente “pericolosi”. Fra l’altro, i pistacchi o lo zatar si possono buttare ma la telecamera o la macchina fotografica certamente no. Sono consentite senza permesso israeliano solo le macchine fotografiche piccolissime e piatte che per fortuna questa volta erano quelle che avevamo noi per fotografare i bambini di Gazzella e i progetti realizzati dalle donne con il microcredito. Queste “raccomandazioni” si trovano scritte all’entrata su qualche muro, ma naturalmente solo in lingua ebraica. È ovvio che tutto ciò, fatto con la scusa della sicurezza, ha lo scopo di rendere le cose difficili e scoraggiare gli stranieri ad andare a Gaza. Non è un caso, infatti, che il festival del cinema sui diritti umani “Red Carpet” che per la prima volta si è svolto a maggio del 2015 con il tappeto rosso steso sulle rovine di Shejaeya (quartiere di Gaza city al confine con Israele distrutto quasi completamente nell’offensiva israeliana “Margine Protettivo” nell’estate del 2014 e che aveva attirato l’attenzione del mondo), e che nel 2016 si è svolto in un grande e affollatissimo teatro di Gaza city con lo slogan “vogliamo respirare” scritto in varie lingue rivolto dai giovani organizzatori sia agli israeliani che ad Hamas, quest’anno si sia svolto in un piccolo teatro lontano dal centro. Ci siamo arrivate con difficoltà perché nessuno sapeva dove si trovava e c’era pochissima gente. Lo stesso festival però si svolgeva contemporaneamente anche ad Haifa e a Ramallah molto più facilmente raggiungibili. I festival del cinema sono occasione di incontri culturali ma soprattutto commerciali e date le difficoltà di avere il permesso israeliano per entrare a Gaza, non è entrato quasi nessuno. E così Gaza ha perso anche il festival del cinema sui diritti umani che poteva essere un’occasione di apertura, per far respirare per una settimana i giovani che potevano così incontrare giovani di altri paesi coinvolti in attività nel campo della cinematografia, vedere qualche nuovo film e soprattutto prendere contatti che possano aiutarli ad essere meno isolati. La gente con cui abbiamo parlato è molto avvilita e sempre meno riesce a vedere un futuro per sé e le persone non più giovani, per i propri figli e nipoti. Il rapporto con l’Egitto non si risolve e quindi da Rafah non si entra né si esce. Ogni tanto il passaggio si apre per periodi molto brevi e senza essere annunciato prima: passa un numero limitatissimo di persone, malati che vanno a curarsi o tornano, studenti che hanno vinto borse di studio e che quindi se non passano forse le perdono ecc ecc.. Dal lato egiziano del passaggio di Rafah manca tutto, non ci sono né toilettes né acqua da bere, una cosa veramente vergognosa. Forse il tutto è previsto e voluto e forse anche profumatamente pagato al paese governato dal golpista Al Sisi che anche l’Italia si è precipitata a